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Testi di Giuseppe Campanaro per il programma GR Storia di Radio Blu Sat 2000

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STEF Johann Ludwig Tieck è un giovane scrittore tedesco che ha preso parte attiva al gruppo di Jena e nelle sue composizioni affronta temi come il notturno, il magico, il tenebroso. Tieck è autore di novelle, saggi, favole, traduzioni; una produzione che abbraccia i più svariati campi e che forse necessiterebbe di un maggiore ordine.

Signor Tieck, di cosa si è occupato recentemente?

 

PASQ Ho rielaborato la favola di Perrault intitolata “Il gatto con gli stivali” e le ho dato un taglio drammatico-satirico. L’opera, che comprende in tutto tre atti, due intermezzi, un prologo e un epilogo, vuole essere una polemica contro il gusto accademico e razionalista che è dominante in questo periodo.

 

STEF Di cosa si parla in questa favola?

 

PASQ Un vecchio agricoltore, alla sua morte, lascia in eredità al primo figlio un cavallo, al secondogenito un bue e al terzo un gatto. Il terzo figlio è quello più fortunato perché non di un gatto qualsiasi si tratta, ma di un animale prodigioso che promette fortuna e felicità al suo padrone. Infatti manda al re, che era molto ghiotto di selvaggina, lepri e pernici da parte di un fantomatico marchese di Carabas.

 

STEF E perché si chiama gatto con gli stivali?

 

PASQ Perché indossa gli stivali magici e precede la carrozza nella quale viaggiano il re e sua figlia e ordina a tutti quelli che incontra di riferire al passaggio del re che le terre attraversate appartengono al marchese di Carabas.

 

STEF E come finisce?

 

PASQ Quando il giovane si presenta al re e dice di essere il marchese Carabas ottiene, grazie al suo astutissimo gatto, la mano della bellissima principessa e l’eredità al trono. Per il suo contenuto, questa favola ha provocato a Perrault l’accusa di essere corruttore della gioventù.

 

STEF E lei come è riuscito a manifestare la sua polemica con questa favola?

 

PASQ Durante lo svolgimento dell’azione mediante i dialoghi degli spettatori e naturalmente col prologo, con l’epilogo e gli intermezzi. In questo modo la satira non rischia di essere una specie di predica col rischio di far annoiare il pubblico, ma si presenta ricca di spirito e di ironia.

   


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