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BARB
Giovanni Segantini è un pittore che non ha certo avuto una vita facile, come
lui stesso non ha problema a raccontare. Di modeste origini, è infatti figlio
di un falegname e della sua terza moglie, è rimasto orfano di madre quando
aveva appena cinque anni. Il padre, costretto dalle difficoltà economiche a
emigrare in Francia, ha affidato il piccolo Giovanni a una figlia più grande,
che però non si è presa molta cura di lui. Che cosa ricorda di questa sua difficile infanzia? FABIO Sono cose che non dimenticherò mai, dovessi
campare cento anni. La mia sorellastra mi teneva tutto il giorno rinchiuso in
una soffitta di una casa di Milano e io ho tentato diverse volte la fuga per
raggiungere mio padre in Francia. Quando avevo tredici anni mia sorella, ormai
disperata, mi ha mandato all’Istituto “Marchiondi”, che come lei sa è un
noto riformatorio, dove sono rimasto per più di due anni, dal dicembre 1870 al
gennaio 1873. BARB
E come si è avvicinato alla pittura? FABIO Dopo che ho lasciato il riformatorio sono stato
da un altro mio fratellastro, che faceva il droghiere nel Trentino e proprio qui
ho eseguito il mio primo disegno. Me lo ricordo benissimo perché avevo ricevuto
l’incarico di una giovane mamma che voleva che disegnassi la sua figlioletta
di un anno, da poco morta. È stato così che ho trovato la mia strada e sono
ritornato a Milano deciso a diventare un pittore. Mi sono iscritto
all’Accademia di Brera ma al cognome paterno Segatini ho aggiunto una “n”
e per questo sono conosciuto come Segantini. BARB
E le sue condizioni di vita sono migliorate una volta tornato a Milano?
FABIO Tutt’altro. Per sbarcare il lunario ho fatto
i mestieri più umili. Ho lavorato per un pittore di insegne, ho verniciato
persiane, ho realizzato degli scenari per teatrini, mi sono occupato di disegni
per stoffe, ho ritoccato vecchie fotografie. Tutto questo per poter frequentare
i corsi serali all’Accademia di Brera, corsi che però ho interrotto dopo soli
due anni. BARB
E per quale motivo? FABIO Ho capito che era perfettamente inutile
frequentare i corsi dell’Accademia, perché io avevo una visione diversa
dell’arte. L’unico aspetto positivo di questo periodo è dovuto al fatto che
ho conosciuto molti amici e non solo pittori, ma anche letterati, giornalisti,
alcuni dei quali vivevano come me alla giornata perché vi erano costretti e
altri per scelta di vita, una vita irregolare passata tra gli eccessi, gli
spettacoli, i divertimenti. BARB
Nei suoi quadri non prevalgono scene di vita campagnola? FABIO Sì, infatti sono i miei temi preferiti. Dalla
solitudine spirituale e dalle difficoltà materiali del periodo milanese sono
stato salvato dai miei amici, i fratelli Alberto e Vittore Grubicy De Dragon e
la famiglia di Ettore Bugatti. I fratelli De Dragon sono pure loro dei pittori,
ma i Bugatti mi pare che si interessino di meccanica, della costruzione di
automobili, se non sbaglio. |
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