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CLAUDIA
Attorno ai papi di casa Medici c’è sempre stato un vivace ambiente culturale,
quindi non è una novità per nessuno se, anche con il papa Paolo III, sono
stati attratti a Roma intellettuali e letterati provenienti da varie parti
d’Italia. Abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Maria Molza che è
arrivato a Roma dall’area padana. Maestro,
che cosa l’ha spinto a lasciare la sua terra d’origine? GIGI
Diciamo che è stato sia per motivi personali che per motivi artistici. CLAUDIA
Se non siamo troppo indiscreti, che genere di motivi personali? GIGI
Guardi, io sono nato a Modena e in quella città ho sposato mia moglie Masina,
dalla quale ho avuto quattro figli. Ma poi l’ambiente familiare e provinciale
hanno cominciato a pesarmi e allora ho abbandonato tutto in cerca di nuovi
stimoli, non so se mi capisce. A Roma c’è tutta un’altra vita, posso
frequentare persone che mi arricchiscono da un punto di vista culturale … CLAUDIA
Scusi se la interrompo, ma a dare ascolto alle malelingue, lei non conduce
proprio una vita virtuosa. Circolano i nomi di Camilla Gonzaga, Faustina
Mancini, la spagnola Beatrice Parejas e altre che non stiamo a elencare. Tutte
donne con le quali lei ha intrattenuto delle relazioni di vario genere. GIGI
Il problema è che la gente non si vuole fare i fatti suoi. Ci sono persone che
vivono di pettegolezzi e non potrebbero farne a meno. CLAUDIA
Scusi, non volevamo offenderla. Parliamo allora della sua produzione letteraria.
È vero che ha scritto versi sia in latino che in volgare? GIGI
Sì, è proprio così. I versi latini sono di impostazione tipicamente
umanistica, ma mi sono anche occupato di problemi attuali, come dimostra la mia
orazione contro Lorenzino de’ Medici, che ha ucciso suo cugino Alessandro, più
per vendetta personale che per ideali antitirannici, come vuol far credere. CLAUDIA
Senta, non usciamo troppo dal seminato, ma rimaniamo nel campo della produzione
letteraria. Ecco, quale ritiene tra le sue opere, quella meglio riuscita? GIGI
A giudicare dai favori incontrati, mi sembra che sia l’opera scritta in
volgare italiano intitolata “La ninfa tiberina”. Si tratta di un poemetto in
ottave di ispirazione pastorale. CLAUDIA
E di cosa parla? GIGI
Di una ninfa che vive sulle rive del Tevere e di un pastore che, innamorato di
lei, invano le rivolge amorose suppliche. Al passaggio della ninfa, la terra
fiorisce e risplende, tutta la natura sembra giocare con lei. I pastori
dovrebbero adorarla come una dea e in suo onore offrire feste e banchetti.
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