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Testi di Giuseppe Campanaro per il programma GR Storia di Radio Blu Sat 2000

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STEF La pittura di Andrea Mantegna appare aspra, severa, rigorosa. Le figure umane sembrano scolpite nella pietra e i paesaggi sono definiti in ogni particolare da non lasciare spazio alla fantasia. A cosa si deve tanta severità, lo chiediamo al giovane artista che ha accettato di buon grado di rispondere ad alcune domande.

Maestro, è vero che c’è una stretta relazione tra il modo di dipingere e la vita di un artista?

 

FABIO Guardi, io sono un uomo molto fiero. I miei avversari dicono che sono egocentrico, impulsivo e continuamente in attrito con l’ambiente artistico e con i collaboratori. Per quanto riguarda la mia vita posso dirle che sono nato nel 1431 a Isola di Carturo, un piccolo paese della provincia di Padova e, dal momento che mio padre Biagio non era in grado di provvedere alla mia educazione, sono stato posto al servizio del pittore Francesco Squarcione, che mi ha adottato come figlio.

 

STEF E perché 10 anni fa ha abbandonato il suo maestro Francesco Squarcione?

 

FABIO Come uomo sono molto riconoscente al mio maestro che, ripeto, mi ha trattato come un figlio. Come pittore, però, mi sono trovato in contrasto con lui, perciò mi sono messo in proprio. E così ho accettato l’incarico di realizzare la Cappella Ovetari, ma dal momento che avevo solo 17 anni, il contratto è stato sottoscritto da mio fratello che è più grande di me.

 

STEF E del suo modo di dipingere che cosa ci può dire?

 

FABIO La mia pittura è il risultato di un severo impegno, sia dal punto di vista tecnico che stilistico. È vero che posso apparire un uomo duro, severo e troppo sicuro di me, ma le posso garantire che sono molto entusiasta del mio lavoro, nel quale investo tutta la mia energia. È vero che le mie opere risentono di suggestioni del mondo classico ma si avverte anche l’influsso dell’arte fiorentina. Questo stile l’ho potuto conoscere attraverso i lavori di Paolo Uccello che, su invito di Donatello, si è recato a Padova nel 1445.

 

STEF Quale di questi due artisti l’ha colpito di più?

 

FABIO Indubbiamente Donatello che, secondo me, è la reincarnazione dei grandi artisti dell’antichità. È in grado di suscitare su una superficie  di bronzo l’illusione di forme salde e precise. Un esempio è la statua equestre che ha realizzato nel 1447 per Erasmo da Narni, detto il Gattamelata. Io allora avevo solo 16 anni e rimanevo estasiato a guardare quel capolavoro che, come lei sa, si trova nella Piazza del Santo a Padova.

   


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