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STEF
La pittura di Andrea Mantegna appare aspra, severa, rigorosa. Le figure umane
sembrano scolpite nella pietra e i paesaggi sono definiti in ogni particolare da
non lasciare spazio alla fantasia. A cosa si deve tanta severità, lo chiediamo
al giovane artista che ha accettato di buon grado di rispondere ad alcune
domande. Maestro, è vero che c’è una stretta relazione tra
il modo di dipingere e la vita di un artista? FABIO Guardi, io sono un uomo molto fiero. I miei
avversari dicono che sono egocentrico, impulsivo e continuamente in attrito con
l’ambiente artistico e con i collaboratori. Per quanto riguarda la mia vita
posso dirle che sono nato nel 1431 a Isola di Carturo, un piccolo paese della
provincia di Padova e, dal momento che mio padre Biagio non era in grado di
provvedere alla mia educazione, sono stato posto al servizio del pittore
Francesco Squarcione, che mi ha adottato come figlio. STEF E
perché 10 anni fa ha abbandonato il suo maestro Francesco Squarcione? FABIO Come uomo sono molto riconoscente al mio
maestro che, ripeto, mi ha trattato come un figlio. Come pittore, però, mi sono
trovato in contrasto con lui, perciò mi sono messo in proprio. E così ho
accettato l’incarico di realizzare la Cappella Ovetari, ma dal momento che
avevo solo 17 anni, il contratto è stato sottoscritto da mio fratello che è più
grande di me. STEF
E del suo modo di dipingere che cosa ci può dire?
FABIO La mia pittura è il risultato di un severo
impegno, sia dal punto di vista tecnico che stilistico. È vero che posso
apparire un uomo duro, severo e troppo sicuro di me, ma le posso garantire che
sono molto entusiasta del mio lavoro, nel quale investo tutta la mia energia. È
vero che le mie opere risentono di suggestioni del mondo classico ma si avverte
anche l’influsso dell’arte fiorentina. Questo stile l’ho potuto conoscere
attraverso i lavori di Paolo Uccello che, su invito di Donatello, si è recato a
Padova nel 1445. STEF
Quale di questi due artisti l’ha colpito di più? FABIO Indubbiamente Donatello che, secondo me, è la
reincarnazione dei grandi artisti dell’antichità. È in grado di suscitare su
una superficie di bronzo
l’illusione di forme salde e precise. Un esempio è la statua equestre che ha
realizzato nel 1447 per Erasmo da Narni, detto il Gattamelata. Io allora avevo
solo 16 anni e rimanevo estasiato a guardare quel capolavoro che, come lei sa,
si trova nella Piazza del Santo a Padova. |
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