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CLAUDIA
Abbiamo raggiunto uno dei protagonisti della guerra che contrappone Firenze e
Venezia da una parte e Visconti e Gonzaga dall’altra. È Erasmo da Narni,
meglio conosciuto come il Gattamelata. Comandante, che ci può dire di questa strana guerra? GLUCA Guardi, questa guerra non è poi più strana di
tante altre. La guerra è un’arte e in quanto tale ha le sue regole, diciamo
così, le sue scuole. Oggi gli indirizzi che prevalgono nell’arte militare
sono quelli di Francesco Sforza e di Braccio da Montone. CLAUDIA
E che differenza c’è? GIGI La scuola di Francesco Sforza si basa sulla
sapienza tattica: è cauta, prudente, disciplinata; manovra a ranghi serrati e
si basa sulle capacità del condottiero più che sul valore dei soldati. La
scuola di Braccio da Montone è preferita dai condottieri più audaci e
spericolati. Si basa su azioni improvvise con movimenti rapidi delle truppe, che
sono divise in gruppi poco numerosi, ma efficienti. Per questi motivi,
l’affiatamento tra capi e soldati costituisce un elemento indispensabile. CLAUDIA
Senta, ci tolga una curiosità, da cosa deriva il termine “condottiero”? GLUCA Deriva da “condotta”, cioè il periodo di
ferma e il soldo da attribuire ai gregari. Questi di solito erano la conseguenza
dell’accordo tra i Capitani di Ventura e i Signori o i Comuni che richiedono
la loro prestazione. CLAUDIA
Per quale motivo i Capitani di Ventura sono oggi accusati di viltà? GLUCA Questa è un’accusa ingiusta. Le milizie
combattono per vivere, non per morire. L’ordine di uccidere viene dato
raramente ai soldati, perché i morti non pagano il riscatto e poi non bisogna
dimenticare che condottieri e soldati che sono oggi nemici, domani si potrebbero
trovare a combattere insieme per uno stesso signore. CLAUDIA
Ci vuol parlare della sua formazione come condottiero?
GLUCA Anche se sono di origini modeste, mio padre
faceva il fornaio, sono sempre stato attratto dalle armi che, come è risaputo
è un’occupazione tipica delle classi nobiliari. Ho cominciato a muovere i
primi passi, militarmente parlando, nelle schiere di Ceccolo Broglio, ma dove mi
sono effettivamente formato è stato con Braccio da Montone. CLAUDIA
Come uomo d’arme deve aver provato un po’ di tutto. Ci vuol parlare di
qualche sua esperienza non proprio felice?
GLUCA Certo che ne ho viste di tutti i colori, sono
anche stato fatto prigioniero. È successo nella battaglia dell’Aquila, il 20
giugno 1424, ma sono riuscito a rifugiarmi presso Niccolò Piccinino che
combatteva allora al servizio di Firenze. Però io non ho fatto come tanti altri
soldati di ventura che hanno cambiato continuamente bandiera. Quando Niccolò è
passato al servizio dei milanesi, io sono rimasto coi fiorentini e nel 1434, col
consenso di papa Eugenio IV, veneziano di origine, sono passato al servizio dei
veneziani. CLAUDIA
E come è diventato comandante delle truppe veneziane? GLUCA Quando il marchese di Mantova, che era il
capitano generale di Venezia, ha tradito la Serenissima per passare dalla parte
dei Visconti, sono diventato io il comandante delle truppe. Ho subito dovuto
sostenere lo scontro con Niccolò Piccinino, che mirava a riconquistare per il
Visconti Bergamo e Brescia. Lo ho battuto a Rovato, ma non sono riuscito a
impedirgli di attraversare il fiume Oglio. CLAUDIA
Ci vuol parlare della sua famosa ritirata da Brescia? GLUCA Verso la fine di settembre dell’anno scorso,
con 4 mila cavalli e mille fanti sono uscito da Brescia, assediata dal Piccinino
e attraverso la valle del Chiese e la sella del Trat, sono arrivato prima ad
Arco, poi a Rovereto e di qui a Verona. Tra mille difficoltà, dovute al terreno
accidentato e alle ostilità delle popolazioni locali, sono riuscito a salvarmi,
ma la fuga ha causato anche un certo numero di perdite. |
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